Gruppo di Sostegno DBA Italia Onlus

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Progetto preservazione Fertilità

Progetto preservazione della fertilità in pazienti oncoematologici

U.O. Oncoematologia Pediatrica, AOUI Verona

Ricercatore principale: dott.ssa Maria Neri

Responsabile scientifico: dott. Simone Cesaro

Premessa

 

Le statistiche riportanoche prima del 1960 la probabilità di sopravvivenza di un bambino con diagnosi di patologia neoplastica si attestava intorno all’1%. Oggi è superiore all’ 80% e per alcuni tumori come la leucemia linfoblastica acuta ed il linfoma di Hodgkin la sopravvivenza è superiore al 90%.

Questi dati sono da leggere come una conquista per gli oncoematologi pediatri e per tutti noi, infatti grazie alla crescente evolutività dei trattamenti oncologici integrati (radioterapia (RT); chemioterapia (CT); trapianto di midollo (TMO)) si è riusciti a trattare in modo efficace la maggior parte dei tumori infantili aumentando sempre più il numero dei soggetti guariti dalla patologia primitiva, definiti “lungo-sopravviventi”.

A tal proposito sorge una nuova problematica cioè la tossicità iatrogena conseguente alle terapie “salva vita”. Uno degli effetti più a lungo termine da valutare in questi pazienti riguarda la fertilità. Il rischio di infertilità iatrogena temporanea o permanente dipende da molteplici fattori: età al momento della diagnosi, durata della terapia, sesso del paziente dose e tipo di trattamento, dose cumulativa ricevuta, associazione con la radioterapia , dose erogata e frazionamento, condizionamento pretrapianto di midollo e trattamento con irradiazione corporea totale (TBI).

Attualmente l’impatto sulla fertilità dei trattamenti anti-neoplastici non è classificabile in maniera specifica data l’elevata variabilità individuale in termini di riserva ovarica e gli effetti ancora non del tutto compresi dei singoli trattamenti anti-neoplastici specialmente per quanto riguarda la chemioterapia.

Il danno della chemioterapia sulle ovaie può seguire il meccanismo del burn-out follicolare in cui le cellule germinali della granulosa subiscono direttamente l’azione apoptotica del farmaco.

A tale effetto va aggiunto il fenomeno dell’aging (invecchiamento) ovarico che correla con il fenomeno dell’orologio biologico nella donna motivo.

L’impatto della radioterapia è noto  in termini di stime precise in relazione a dosi, sede e tipo di irradiazione: in particolare, una dose compresa tra 5 e 20 Gy sull’ovaio è sufficiente per causare una permanente disfunzione gonadica, indipendentemente dall’età della paziente mentre alla dose di 30 Gy la menopausa precoce è certa.

In particolare, il rischio maggiore di AOF (Acute Ovarian Failure) permanente è associato alla radioterapia pelvica e alla TBI.